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ptuoio o m'logna

Ptuoio o m’logna?” si chiedevano i miei avi cacciatori rientrando dalla selva, prima dell’alba ed abbandonati dal chiarore lunare, indecisi sulla preda.

O ptuoio= la faina, o la martora, non l’ho mai risolto. Certamente non la donnola perché o ptuoio non ha taglia piccola;

A m’lògna= il tasso, onnivoro e mangiatore di miele (mmèle).

Stranamente in italiano il genere s’inverte. O ptuoio, pernicioso diavolo sterminatore di pollai, è diventata faina al perfido femminile; a m’logna, legata a Demetra ed ai suoi frutti, animale terragno fino a scovarne il miele, ha assunto invece il rassicurante genere maschile.

A me vengono per primi i loro due vocaboli tra quelli della mia lingua natia, secondo me a buona ragione: entrambi sono sopravvissuti furtivi ancora fin ad oggi.

Hanno ancora le tane nella selva sempre più lontana e marginale, ma ancora li sorprendo nelle loro scorribande notturne. Così come i loro due vocaboli, sopravvivono sedimentati nelle mie selve mnemoniche e mi sorprendo, a mia volta quindi, a nominarli ancora col vocabolo dialettale. Sporadici occasionali nascostissimi, ma vivi e presenti, non ancora ridotti solo a lacerti di memoria.

Loro cacciati e perseguitati, ma opportunisticamente adattati alla rapacità umana consumatrice di Natura. Io coi miei simili a sconvolgere la culla comune, a squarciare ferite carrabili nelle selve, a consumare verde per cemento, a chiudere con muri i panorami, ad avvilire le siepi con stracci di plastica, ormai sguaiati da riempire tutti i silenzi.

O ptuoio e a m’logna ci sono ancora a testimoniare l’ambiente che s’adatta alla presenza umana, per quanto sia mai più il contrario. A testimoniare Memoria nelle parole che pronunziavano i nonni, per poter capire quello che ora sono e che vorrei poi fosse. E’ tutto sommato una speranza. Che insicuro e senza arma sotto la luce della luna continui a domandarmi: “Ptuoio o m’logna?”, nominandoli.

Pubblicato il 19/8/2008 alle 17.27 nella rubrica vernacolo degli alburni.

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